Gotico e tardo-gotico a Taormina.

Le prime manifestazioni gotiche in Sicilia si ebbero durante il periodo di governo normanno. Il duomo di Cefalù si slancia in altezza chiuso fra due campanili come una vera e propria cattedrale gotica; la volta a crociera costolonata del santuario (1132) si poggia su grandi archi diagonali ogivali, e fu tra le prime di questo tipo in Europa.

Gotici europei sono anche il castelli e i palazzi costruiti da Federico II di Svevia (Germania) e gotico è lo stile “chiaramontano” del 300. Uno stile, quest’ultimo, assolutamente siciliano, usato soprattutto nell’architettura civile e militare da quelle famiglie baronali locali che si opponevano alla cultura aragonese-catalana.

Il palazzo-torre svettante in altezza, massicciamente definito nelle sue quattro facce, era serrato al piano terra  e sfinestrato negli ordini superiori.

Nell’alto pian terreno si apriva solo il portale, avvolto da ghiera non aggettante, a volte addolcita dal variare della pietra lavica e della pietra bianca di Siracusa, a volte decorato a zig-zag.

Nel piano nobile, con minore preoccupazione difensiva, si svolgeva lo schieramento delle bifore o delle  trifore, direttamente poggianti su cornicione marcapiano,  sorrette da robuste colonnine e racchiuse da ghiere, o alla normanna o alla sveva.

A Taormina, il Palazzo dei Duchi di S. Stefano presenta tutti gli elementi sopra descritti ed è tra i più significativi esempi di quest’architettura.

Nel 400, invece, il gotico è “tardo” o “fiammeggiante” e, stavolta, proviene dal levante spagnolo. Al contrario del resto di Europa non svetta in altezza, tutt’altro.

Taormina mostra una serie innumerevole di portali e finestre chiaramente ispirati alla Catalogna. Il tutto è scandito da una chiarezza nelle modanature che prelude al rinascimento.

Lo stile ha molti inserti siciliani rispetto alle coeve costruzioni palermitane o siracusane, come la fiamma apicale e la pietra lavica. L’arco è fondamentalmente “durazzesco”, uno stile importato dalla Campania, dove c’era il regno di Carlo III di Durazzo, caratterizzato quasi sempre dall’inquadratura delle porte e delle finestre in cornici squadrate, partenti da metà del piedritto, come si evince dall’esempio più limpido di questa architettura angioino-durazzesca che è Palazzo Penne a Napoli.

Tutte le aperture, finestre o porte, sono incorniciate dalla pietra lavica, così come le fasce dei davanzali, quasi ad evidenziare il limite fra l’intaglio fine in pietra bianca di questi elementi e l’opera incerta del resto della facciata. Lungo l’intradosso scorre una sottile cornice, interrotta solo all’altezza dell’imposta dell’arco da un nodo floreale.

A Taormina, edifici di questo tipo sono: palazzo La Floresta, palazzo Ciampoli e palazzo Corvaja.

Il primo, in piazza Duomo, presenta un grazioso patio con scala scoperta sorretta da archetti a fiamma.

Il secondo, da poco restaurato, si alza maestoso dalla cima di una scalinata che dà sul Corso Umberto. Su una cornice marcapiano si aprono le bifore poggianti sulle esili colonnine. Il portale, con una semplice curva, sotto la nitida cornice aggettante, reca in sommità lo stemma romboidale alla maniera aragonese.

Il terzo è l’esempio più completo. La sua realizzazione risale ai primi del XV secolo, anni in cui veniva costruita rapidamente la sala che ospitò l’importante parlamento siciliano del 1411, e che si univa alla torretta araba preesistente ed al  trecentesco salone del Maestro Giustiziere, dando vita ad un patio dalle forme irregolari come avveniva nel levante spagnolo, ma anche a Siracusa ed in altre città siciliane.

Quasi tutte le case del borgo quattrocentesco di Taormina dovevano presentare caratteristiche simili. Attraverso un ampio ingresso ci si immetteva in un patio irregolare su cui affacciavano magazzini o botteghe. La scala scoperta portava al piano nobile e una scala interna conduceva alle abitazioni della servitù.

In Palazzo Corvaja, la scala a una sola rampa conduce ad un arco a fiamma come nella Lonja di Valencia.

La trifora e le quattro bifore sono senza dubbio gli elementi che più manifestano il gusto fiammeggiante nel palazzo. La trifora, ricostruita in epoca recente, poggia su esili colonnine con abaco espanso, tipicamente catalano, ed è composta da archetti ogivali racchiusi da una ghiera a doppia inflessione contornata a sua volta da pietra lavica sul modello delle quattro bifore originali.

Il portale è “durazzesco”, cinquecentesco, incorniciato da una ghiera trattata con sentimento naturalistico, e presenta il motivo dei cordoni francescani come nella Casa del Cordon a Burgos. Lo stile si avvicina al “gotico-isabellino” o “dei re cattolici”, e non è più del levante spagnolo bensì del centro della Spagna. Si veda la chiesa di San Pablo a Valladolid.

L’aspetto attuale del palazzo lo dobbiamo ad Armando Dillon. E’ lui l’autore dell’ultimo significativo restauro.

Un restauro, da alcuni discusso, ma che ha seguito una linea progettuale ben precisa, cioè quella di riportare il palazzo alla tipologia architettonica di casa con patio e scala scoperta, alla maniera catalana.

Michele Palamara

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Palazzo dei Duchi di Santo Stefano a Taormina

 

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Palazzo Penne a Napoli

 

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Portale di Palazzo Corvaja a Taormina

 

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Chiesa di San Pablo a Valladolid

 

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Un portale catalano-durazzesco a Taormina

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