Impressioni di un viaggio

Carissimo Direttore dal 21 al 25 aprile ho portato due classi 5° del Liceo Scientifico dell’Istituto d’Istruzione Superiore “G. Torno” di Castano Primo (MI), in viaggio d’istruzione in Sicilia. Durante il Grand Tour della Sicilia classica abbiamo visitato Palermo, Monreale, Segesta, Selinunte, Agrigento, Siracusa, Catania, Aci Trezza, Giardini Naxos e Taormina. Ci siamo soffermati nei teatri antichi di Segesta, Siracusa e Taormina, la dove i ragazzi, diretti dall’insegnante di lettere Paola Colombo, hanno recitato alcuni brani della tragedia greca “L’Edipo re” di Sofocle. Abbiamo reso omaggio ad Agrigento alla tomba di Pirandello, nella “Casa del Nespolo” ad Aci Trezza, ci siamo emozionati con il racconto letterario dei Malavoglia di Verga dell’attrice Tiziana Giletto. Ti posso garantire che i miei alunni hanno vissuto un’esperienza indimenticabile, non erano mai stati sull’isola e ho colto nei loro occhi stupore, meraviglia e incanto per la bellezza della nostra terra. Una alunna in particolare mi ha sorpreso , si chiama Giulia Zanzottera ed è mio desiderio condividere con te e i tuoi affezionati lettori le sue “Impressioni di un viaggio”

prof. Giuseppe Carmeni

“Per descrivere Palermo con una parola, potrei certamente dire: sorpresa. Come per i venditori di frutta lungo la strada, con quella distesa di agrumi e fragole e quei colori, così accesi da far dispetto alla mandria di nuvole che aveva deciso sarebbe stata la nostra fedele compagna di viaggio. Così come il palazzo dei Normanni. Dall’esterno mostra la sua imponenza, ma la vera sorpresa è nel cuore. Rosse, ocra, azzurre sono le sale, le tappezzerie e le tende pesanti e poi l’oro, che è dappertutto ed i cristalli dei lampadari, con quei piccoli schizzi di luce che inondano il soffitto. Nessuna stanza è uguale ad un’altra, magari simile nello stile e nella precisione delle finiture, ma tutto un unico inno alla molteplicità delle forme che la bellezza sa assumere.

Il cielo era in adunata, nuvole condensate di grigio e blu liberavano a tratti dei raggi di sole. Attorno, verde. Le colline che circondano il sito si ergevano a dominare il cielo, con la piccola strada deserta che iniziava a salire e noi con lei. E che salita! Finalmente in cima, attraverso le scale in pietra, davanti a noi si sono aperte le gradinate dell’antico Teatro di Segesta. Un colossale semicerchio di spalti ricavati nel pendio del colle, dietro la scena invece, scendeva quasi a picco e si apriva una vista sconfinata tra la natura circostante, fatta di campi, colline e persino il mare in lontananza, poteva distinguersi tra le nuvole dense. Anche il vento risuonava in quella conca e così, mentre Il Signore di Tebe ordinava la cattura degli assassini di Re Laio, e mentre lo stesso, Matteo, aveva preso a scagliarsi con Riccardo, nelle vesti di Tiresia, esso si imponeva e aumentava con maggiore forza la sua voce ad ogni battuta, scombinando i fogli del copione, ma rendendo la rappresentazione più vera e suggestiva.

Luce. I teneri raggi iniziavano a prendere forza e il loro riflesso tingeva d’oro le colonne. Il sole tanto atteso finalmente era arrivato a Selinunte e aveva creato un contrasto suggestivo con le nubi, ma quella luce, non era semplicemente un raggio di sole. Era la stessa luce che aveva inondato lo spazio del Tempio per migliaia di anni, la stessa luce che forse solo gli antichi numi sanno quanti uomini possano aver visto. In quel momento ho iniziato a pensare alla vita, all’energia e alla speranza che quei fasci di luci ed ombre avrebbero potuto generare nelle anime degli uomini del passato e a posare lo sguardo attorno a me. La vista, poi, ancora più della luce riusciva ad esprimere un senso di pace. I colori si erano accesi, i piccoli fiori gialli, come lucciole tra le verdi distese dei prati, mentre il mare, in fondo, si era risvegliato nel blu più intenso. Nessuna foto, nessun quadro, nulla, mai sarà in grado di poter esprimere a pieno ogni singola emozione e sensazione che questo posto è stato capace di imprimere in un mio piccolo angolo d’anima.

La Valle dei Templi appartiene a quel genere di luoghi paragonabili ai paradisi della letteratura d’evasione. Passeggiare tra i suoi vialetti è un po’ come perdersi in un frammento di realtà fuori dal tempo, si corre continuamente il rischio di ritrovarsi ad occhi intrappolati, davanti al fascino delle antiche rovine. Non soltanto colonne, capitelli e monumenti, ma persino la bellezza di alcuni ulivi secolari ha sfidato con successo il potere del tempo. Oltre, sullo sfondo, si innalzavano i palazzi della città moderna in un contrasto a dir poco unico. Ecco, passato e presente, padroni dello stesso tempo, nella medesima impressione.

Una profonda pace è percepibile ai piedi della nuda roccia che fu a Pirandello, ultima tomba. La vista che dal retro della casa si apriva sulla baia riusciva a togliere il fiato, l’acqua era così chiara da sembrare cristallo, scheggiato in piccole onde dalle urla del vento, sempre più l’altro fidato compagno delle nostre avventure. Il luogo della sua sepoltura non può essere compreso senza indagare a fondo nel pensiero dell’autore. Pirandello aveva deciso di restare fino in fondo semplicemente se stesso, non volle permettere che la sua figura fosse sfruttata in una grande celebrazione funebre che esaltasse il regime fascista. La libertà di essere Pirandello, fu ciò che gli permise di essere ricordato, di sopravvivere alle tendenze dell’epoca, il motivo per cui noi, quel giorno, abbiamo offerto omaggio alla sua memoria.

Rosa. Il primo colore che sono riuscita a scorgere attraverso le persiane. Il cielo stava cadendo incontro al mare, specchiandosi l’uno dentro l’altro. Il sottile velo rosa rischiarava l’atmosfera circostante ed il cielo sembrava aprirsi in un angolo di paradiso. La terrazza angolare ci dava la possibilità di trovarci esattamente in fronte al mare. Come sarebbe stato aspettare l’alba sulle coste di Naxos nelle notti d’estate! La sabbia nera sprofondava ad ogni passo, mentre il rosa andava lentamente fondendosi al blu ed il mare accarezzava la riva e sospirava. Dietro ai palazzi, più alto delle nuvole, ci osservava maestoso l’Etna innevato. Le immagini non avrebbero mai reso il fascino di quel momento, l’impressione andava vissuta, la brezza assaporata ed i colori ridipinti alle pareti della memoria. Bisognava divorare con gli occhi e con il cuore ogni dettaglio, dal suono del mare, ai milioni di piccole luci che poco alla volta comparivano sui lidi lontani… Sublime; sentirsi immensamente piccoli di fronte alla bellezza della natura.

Taormina è una città gioiello. L’antico teatro ancora oggi domina col suo splendore dalla posizione sopraelevata. Da lì è inevitabile spalancare gli occhi al panorama, con le verdi colline su cui le nuvole riflettono la loro ombra e sotto il mare, che quando giungono i raggi di sole, si illumina di infinite gradazioni di blu. Le case avevano i balconi colmi di fiori e piante, soprattutto piante grasse, ma ricordo bene anche grandi vasi di fichi d’india e piccole piante di agrumi. Inaspettatamente, nel cuore di Taormina, in fondo ad una viuzza discendente, c’erano i resti di un antico gymnasium, in un piccolo angolo fuori dal tempo. La terrazza del Belvedere è molto pittoresca, con le due chiese ed il castello che circondano la piazza e quando spunta il sole ad illuminare le facciate, queste brillano sotto i raggi riflessi e le ombre ricadono giù sotto la terrazza tra le distese verdi di fichi d’India, fino alle limpide acque del litorale.

Il piccolo sentiero, costeggiato dai resti della città originaria, si addentrava tra le verdi dune del Parco Archeologico di Naxos. Il terreno era tutto un saliscendi, come se sotto di noi ribollissero dai vari strati i fantasmi della prima colonia greca. La vita, intrappolata nel profondo della terra, esplodeva e sbocciava in superficie, con le dune sovrastate a tratti da distese candide di piccoli fiori, nespoli ed agrumi con le chiome dipinte a pois sfumati d’arancio, come un’immensa serra a cielo aperto. Dalle grandi agavi poi, schizzavano incontro al cielo i loro altissimi fiori, come a ricordare l’antica potenza e maestosità che la città doveva avere. Non avevo mai visto delle nespole in vita mia. Le arance ed i mandarini poi! Alla loro vista non avevamo potuto resistere, inebriati dal loro dolce profumo ingannatore, che contrastava nettamente col succo dal gusto intenso ed aspro. Una di quelle ruvide arance l’avevo conservata tutto il giorno, per tenere ancora con me un frammento di Eden. L’avevo trovata per caso, adagiata sull’erba, solo dopo mi ero accorta di una macchiolina, rossa e nera, che si divertiva a passeggiare su e giù per il picciolo. La delicatezza di una coccinella, incredibilmente piccola, immensamente bella.

La porta in legno, sovrastata da un folto rampicante simile al gelsomino. Il cortile, stretto, in salita, chiuso tra quattro mura spoglie e tante piccole porticine. Vasi di fiori ai davanzali e il Nespolo acerbo si allargava dall’angolo a sinistra, proteggendo coi suoi rami una piccola finestra. La sua voce, calda e forte, riecheggiava tra le pareti e volava sopra i nostri volti raggiungendo anche coloro che erano rimasti in fondo. Esprimeva il dramma, l’emozione, dava vita a sensazioni forti riuscendo a commuovere le nostre anime con grande suggestione. La voce di quella donna, avvolta nel suo velo nero, il suono delle campane di Aci Trezza, il cielo nero sopra di noi ed il vento che sbatteva contro i faraglioni non narravano semplicemente i Malavoglia. Noi, in quel momento, eravamo divenuti parte delle pagine dello stesso Verga.

Bianco. Le facciate in marmo della Piazza del Duomo di Siracusa e dei palazzi circostanti risplendevano e come luce di una seconda luna rischiaravano il cielo. Il lungomare era un via vai di gente quel sabato sera e oltre, in fondo, lo scintillio dell’altra sponda generava uno strascico di luce colorata a filo dell’acqua che si estendeva a vista per chilometri interi. Il fascino di Ortigia è rimasto intatto anche nel bel mezzo del temporale di acqua e sabbia del giorno dopo. I bianchi palazzi contrastavano col cielo, in cui l’agglomerato di nubi scure andava sempre più assumendo una tonalità arancione, letteralmente “bella da far paura”.

La pietra bianca, scavata, rialzata, il rimbombo dei miei passi e la mia voce, che risuonava forte lì dentro e mi pareva che persino i più lontani spettatori delle prime file del Teatro di Siracusa potessero sentirmi condannare Edipo alla malasorte.  Noi, “attori per caso”, avevamo l’impressione che le nostre voci fossero in grado di dominare il mondo, ci sembrava che la roccia tremasse per l’immenso dolore veicolato dalla voce profonda di Matteo, Re di Tebe. La vera potenza e l’energia delle nostre voci, però si è pienamente percepita nell’Orecchio di Dioniso, nella Latomia del Paradiso. Quarantuno voci, sulle note di “Nel Blu dipinto di blu” , in marcia all’interno della grotta, la riempivano fino al soffitto. Un canto forse poco intonato. In  quei pochi minuti ho avuto L ’impressione che fosse talmente forte da riuscire a lasciare un segno alle pareti di quel luogo quasi magico. L’impressione che, tra innumerevoli anni, un ultimo soffio di quella nostra voce possa vagare ancora, intrappolato tra le pareti di roccia.”